venerdì 4 gennaio 2008

Due

Si guardò intorno con circospezione. Non ricordava come fosse finita in quella stanza: un divano rosso, un paio di poltrone che avevano fatto il loro tempo, un caminetto caldo di brace. Sapeva però dove avrebbe invece dovuto riprendere coscienza e lo sapeva con una consapevolezza che già di per sé rivelava il fallimento dell'operazione. Cercò tra gli oggetti poggiati su tavolini e mensole la conferma di ciò che l'arredamento anacronistico di quell'abitazione già le aveva detto. Non poteva che trovarsi a casa sua. Era già tutto chiaro, lucidamente rappresentato come in un'istantanea d'immagine, ma la testa correva più veloce dello stomaco. Era come in uno stato di sospensione emotiva. Assaggiava delusione, frustrazione e rabbia senza potere addentare nessuna emozione. Come aveva potuto farle questo?
Il cinismo era sempre stato una maschera, lo sapeva. Ma era convinta che il rispetto delle decisioni altrui avrebbe vinto sul suo assurdo senso morale. Quale morale, poi?
Ora avrebbe potuto denunciarlo alle autorità. Interferenze in faccende tanto delicate non erano punto tollerate. Sarebbe bastata la sua denuncia e sulla parola lo avrebbero condannato a un salto di due. Già, lui avrebbe così avuto proprio quello che aveva impedito a lei di ottenere. E ironia della sorte per lui sarebbe stata davvero la peggiore condanna. Ma la sorte non c'entrava, lei lo sapeva. Era stata messa studiatamente in questa situazione, contando lui sull'assurdo e sull'affetto.
A testimonianza di ciò le aveva lasciato in bella vista un comunicatore e non aveva bisogno di controllare per saperlo regolato sul canale della pubblica sicurezza. Si era messo nelle sue mani, sì, lanciando una sfida che sapeva però di non poter perdere.
La donna si sedette su divano e chiuse gli occhi.
(uno)