mercoledì 10 marzo 2004

Hispaniola (11) - Santiago -

12 agosto 2003

Ci svegliamo tardi e Ste (desaparecida) nemmeno mi saluta «Vado prima io in bagno». Vabbè. E comunque buongiorno. E magari si potrebbe anche tentare un sorriso. Scendo incazzata a fare colazione.

Ma adesso sono qui che ascolto Catucho (ora marito di Natacha, assieme alla quale ha fondato One Respe) che cerca di parlare despacio (lentamente) in spagnolo cosicché noi capiamo bene. Ci racconta di loro, chi sono, cosa fanno, da dove vengono. Il difficile rapporto con lo Stato e con una Chiesa estranea e indifferente. Discriminazione di genere, razzismo e pregiudizio xenofobo antihaitiano. Per i dominicani (mulatti di varie gradazioni) l'haitiano è nero, ignorante e povero. «Parliamo degli haitiani ma potremmo parlare di noi stessi» «Parliamo di loro come i colonizzatori parlavano di tutti noi» La solita terribile guerra tra poveri. Chi mai potrebbe avere interesse a cambiare le cose?
Ci presenta i risultati di una ricerca che hanno condotto nelle loro scuolite sui bambini di 5-7 anni: oltre il 90% afferma di non piacersi, di essere brutto e negro e di desiderare di cambiare colore.

Oggi pomeriggio è previsto un giro in città.

******

Che giornata piena.

Credevamo di andare diretti fino al centro di Santiago. Invece, accompagnati da questi giovani ragazzi della comunità, entusiasti e disorganizzati, ci siamo prima fermati a visitare una delle chiese della zona. Una delle eleganti, linde, opulente chiese per i ricchi. Scherno e disprezzo negli occhi scuri dei ragazzi.

Poi prendiamo l'autobus che ci porta in centro. Tra uno scossone e l'altro (sospensioni?? che roba è??) scorgo sotto un ponte un agglomerato di baracche che mi stringe il cuore. E ovviamente i ragazzi ci fanno scendere alla prima fermata, vogliono portarci lì, a vedere, a sentire.

E' forse il posto peggiore che abbiamo visto sin qui.
Zero dignità.
Sono tutti macchiati, dalla sporcizia e dalle malattie.
Una ragazzina sta, vestita, sotto il debole getto di una canna che porta dell'acqua maleodorante come una doccia improvvisata. Non si muove da lì sotto.
I cani scheletrici sono impressionanti.
E' tutto come in un girone dantesco, infatti al centro c'è una fossa profonda acquitrinosa, una voragine, ai lati della quale a spirale si aggrappano abitazioni di lamiera, rifiuti, cani e uomini. Uomini? Preferisco guardare i cani.
Ci osservano e non sorridono. Vogliamo scappare via. Chiediamo ai ragazzi di portarci via.
Scappiamo.
Ma il problema è solo nostro.

Riemersi dall'inferno, Myriam in lacrime, altri a ridere esorcizzando, aspettiamo l'autobus alla fermata sopra il ponte. Sotto di noi, i Dannati.
Chiedo a MariaTeresa (15 anni, sorella di Sergio) che cosa sente lei, che cosa pensa di noi... «Cosa sento io? Vorrei piangere come Myriam» ma lo dice fredda «Mi vergogno che il mio popolo viva così e che il mio Paese lo permetta. Sono contenta che degli occidentali ricchi, che hanno tutto, vengano qui a vedere noi e si interessino di come stiamo». Il suo tono non allevia il mio disagio.

Col cuore pesante giriamo per il centro città pensando ad altro. Sull'autobus al rientro facciamo conoscenza con un bimbetto di otto anni, che rientra alla sua baracca dopo una pesante giornata di lavoro come garzone di un meccanico. E' un bambino fortunato.

E poi la cena...
Che se non fosse finita in musica e danze come sempre, non la avremmo retta.
Il programma prevede che siamo noi a cucinare, ospiti in casa di Mary, 25 anni carina e simpatica, studentessa all'università che si paga con il lavoro per One Respe, dove coordina la sezione salute. Vive in uno dei quartieri poveri visitati ieri. Uno di quei quartieri che abbiamo girato sotto un sole pazzesco, dove l'acqua si raccoglie nei bidoni aperti per strada e dove la fogna è il canale dove giocano i bambini.
Alcuni di noi sono già là, partiti con il primo turno di minibus, assieme alla spesa fatta nel supermercato del centro: passata di pomodoro, pasta, base per pizza, formaggio e olive.
Noi li raggiungiamo con enorme ritardo, anche perché rimaniamo senza benzina a metà tragitto. Vabbè: passiamo il tempo cantando e cercando di arginare l'entusiasmo esuberante di Edgar e Willy che non vedono l'ora di fare festa.
Saluto Mary ed entro in cucina senza guardarmi molto attorno (come mio solito). Mi soffermo sulle facce dei ragazzi già lì. Sudate e tirate. Mi indicano la "cucina", il "lavandino", le "pentole", il "fornello"... Vabbè.
Più che altro è che non c'è acqua.
Ci hanno detto di preparare per una trentina di persone. Ma ci accorgiamo subito che questa cena è un evento, e le persone fuori saranno già almeno cinquanta. E' una grande festa.
E' un incubo, ma è anche una festa. Cuciniamo. E aspettiamo che qualcuno vada a recuperare delle bibite o della birra, perché noi l'acqua dei bidoni proprio non possiamo berla. E poi ci ha fatto bene bere birra. Guardo la "cucina", la "casa" e il "bagno", e guardo Mary. Mary vive lì.

Musica a palla e sensualissime danze nella calda e stellata notte di Santiago.