sabato 23 giugno 2007

Con leggerezza ti si impone l'immensità addosso




Sto per partire per la Bolivia. E il pensiero va al viaggio dell'anno passato, alla tappa in amazzonia.

Ecuador, 7 Luglio '06
Non sembra vero.
I bambini scalzi giocano con le amache sotto la palafitta che ci fa da camera da letto. Mi serve un rimedio per il mal di pancia (quello che mi ha impedito di essere ora in giro con gli altri tre per la foresta). Mi fanno vedere le foglie con cui lo fanno. Sanno vagamente di menta.
Sembrano tutta una famiglia. E appena sotto scorre il Rio Puyo che finirà poipoi nel Rio delle Amazzoni che «è come il mare», dicono. E a noi sembra già fin troppo grande qui. Domani ci andremo in canoa. La nostra è una palafitta fatta per i turisti...: ha le zanzariere sopra i pagliericci dove si dorme. La vista è spettacolare: solo foresta e fiume in anse arrovellate armonicamente nell'intrico di alberi. Siamo arrivati qui stamattina con il furgone e poi il ponte traballante sul fiume e poi la camminata nel fango [nel fango, non sul fango. Sprofondi fino al ginocchio...] lungo un sentiero che ogni notte la foresta si rimangia. E Cecilia [l'indigena che ci ospita] a portare tutte le provviste sulla schiena che noi non ce la avremmo fatta...
Ci raccomanda il repellente per gli insetti. E loro vanno a piedi nudi.
C'è una pace irreale ora che non batte più il sole. Piove tutti i giorni, ci dicono, ma dura poco. Il sole è soffocante, si respira umidità.
I bambini ridono tutti e corrono in continuazione. I più grandini curano i piccolissimi, appena perdono il posto sulla schiena delle madri.
L'abbraccio invadente e accogliente assieme di questa foresta fa affiorare il mio senso di solitudine e il desiderio di un abbraccio diverso. Poi i colori e questo cielo e i suoni e gli odori quasi mi violentano di emozione. E' un mondo bellissimo e immenso e assurdamente ospitale proprio qui dove massimamente inospitale per noi cittadini occidentali.
Nel mio disagio esistenziale mi sento come se fatta di un materiale diverso.
Il sole colora le nuvole da sopra. Sotto gli alberi infiniti e indistricabili. A tappeto il rumore del fiume...
Mi chiamano per andare al pueblito a lavorare la ceramica.
...
Poche capanne attorno a uno spiazzo erboso dove razzolano galline e giocano i ragazzi (c'è anche una sgangherata rete di pallavolo). Sono baracche di legno tipo far west povero. Una sessantina di persone in tutto mi dicono, non ho capito bene se sono tutta una famiglia. Una capanna è adibita a scuolita, una è il laboratorio di ceramica [che poi non è esattamente ceramica...]. Entro seguendo la sorella di Cecilia. Mi sento in imbarazzo. Poi siedo e chiedo di lavorare con loro. Ridacchiano e mi danno da fare.
E passano più di due ore tra le loro chiacchiere di donne di varie generazioni, chiacchiere che io non capisco quasi per nulla, ma l'intenzione e le risate quelle sì le capisco bene, e la loro intesa, e gli scherzi. Ogni tanto intuisco che parlano di me: qualcuno si stupisce di come sia riuscita a lucidare la scodella, altre ridono e parlottano. Io dichiaro di non capire nulla (anche perché tra loro parlano un misto di spagnolo e indio). «Nada?» «Nada.» E ridono amichevoli.
E la bevanda che mi hanno dato per il mal di pancia (infuso di foglie di nonsoche) è miracolosa, sto davvero molto meglio.
Solo all'imbrunire (verso le 1730 qui all'equatore) inizio a preoccuparmi di come tornare alla base... la sorella di Cecilia se ne è andata quasi subito e io non so la via... ma eccola che torna a prendermi e mi riporta al campo. Gli altri sono già rientrati, stravolti e felici.
...
Qui è pieno di suoni.
Ieri serata a lume di candela con le banane fritte come fossero patatine. Le abbiamo divise coi figli di Cecilia e della sorella. Pare gli uomini non esistano.
Quando piove si apre il cielo a cascata e si allaga tutto e il significato dell'espressione «diluvio equatoriale» assume un'altra consistenza.
Con il bagno sotto la cascata mi sono sentita in Mission.
All'alba lo strato di nuvole è un poco più alto e si vedono bene le catene andine e i vulcani oltre la foresta. Non ce lo aspettiamo e rimaniamo ammutoliti sul ciglio della piattaforma della palafitta.
È un altro mondo. Ti si impone l'immensità addosso. Con la levità delle corse dei bambini.
Sento improvvisamente il senso di tutto. Poi passa via, con leggerezza.


Forse perché il sentire rimane. Lo stesso immenso leggero. La stessa inquietudine.